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Okay, ecco una domanda per voi:
Come si racconta una storia che parla di come raccontare una storia?
È stata questa la sfida creativa affrontata dagli autori del film vincitore dell'Oscar 2015, Il Caso Spotlight,
un film su un team di giornalisti investigativi del Boston Globe
che rivelò un sistema di abusi sessuali su minori compiuti da preti cattolici
nell'area di Boston.
Il tipo di narrazione in questione è il giornalismo,
nello specifico, la carta stampata,
ancor più precisamente, giornalismo d'inchiesta su carta stampata.
Ciò che il regista Tom McCarthy e il suo team vollero fare
fu catturare questo tipo di narrativa nel modo più onesto possibile
per mostrare com'è, quando è svolta nel modo giusto.
"Una volta scelto un progetto possiamo passare anche più di un anno a fare indagini."
Il giornalismo investigativo può essere un processo lungo e tedioso,
pieno di vicoli ciechi e compiti monotoni.
In altre parole, può essere noioso.
Ciò non significa che il risultato sia noioso o che nell'indagine non ci siano momenti intensi.
Solo che il tipo di giornalismo che genera storie come quella di Spotlight implica
un lavoro estenuante.
Anzi, la capacità di farsi coinvolgere da quel tipo di tedio è, credo,
una caratteristica essenziale del giornalismo investigativo.
E questo pone un problema per chiunque voglia catturare su schermo tale professione,
per come è davvero.
"Tienti saldo, il più grosso colpo di questi anni. Earl Williams acciuffato dal Morning Post. Esclusiva, sì!
Butta giù tutta la prima pagina. Sì, via tutta la prima pagina!"
Fin dagli albori del cinema ci sono stati film sul giornalismo.
La prima volta che Charlie Chaplin apparve in video, nel 1914,
interpretò un imbroglione che si spacciava per giornalista.
Nel 1919 Harry Houdini interpretò il reporter di un giornale
ingiustamente accusato di omicidio che deve compiere una serie di fughe rocambolesche
per trovare il vero assassino.
Già nell'epoca del muto, gli stereotipi diedero vita a figure giornalistiche riconoscibili ancora oggi.
L'intrepido giornalista che, come il detective,
usa spesso tattiche discutibili per ottenere il grande scoop
o svelare la corruzione dei ricchi e potenti.
In questi film, scrive lo storico Howard Good, i giornalisti erano di volta in volta
idealisti e cinici insensibili, crociati e cospiratori nell'ombra.
Il nostro approccio nei loro confronti oscilla costantemente dal buio alla luce e ritorno."
"Sei una giornalista, Hilde!" "Un giornalista? E cosa significa?"
Questo stereotipo complicato passò rapidamente al sonoro.
I reporter del classico del 1940 di Howard Hawks, La Signora del Venerdì,
rappresentano alla perfezione queste qualità.
Sono spiritosi e disillusi, talvolta cattivi e privi di scrupoli.
Tuttavia combattono per la verità e per i deboli contro il potere costituito.
Nei decenni seguenti, i giornalisti dei film erano talvolta eroi come Humphrey Bogart in L'Ultima Minaccia,
e talvolta cattivi come Kirk Douglas in L'Asso Nella Manica
o Burt Lancaster e Tony Curtis in Piombo Rovente.
Ma che le ragioni fossero buone o cattive, i reporter erano sempre disposti a fare tutto il possibile
per ottenere la storia.
Per un breve periodo nei tardi anni Settanta, i giornalisti diventarono dei supereroi.
Il più prossimo predecessore di Spotlight è ovviamente Tutti Gli Uomini del Presidente di Alan Pakula,
che parla di come Bob Woodward e Carl Bernstein sbucciarono la mela marcia dello scandalo Watergate.
I giornalisti investigativi erano gli eroi perfetti per un'epoca paranoide,
proiettando la luce della verità negli oscuri angoli del potere.
Con l'aiuto del maestro della direzione della fotografia Gordon Willis,
Pakula ha messo in scena questo antagonismo rendendo la redazione del Washington Post
un luogo di luci abbaglianti e panfocus in una città totalmente avvolta nell'ombra.
Come Spotlight, Tutti Gli Uomini del Presidente non riguarda tanto la storia al cuore del film,
in questo caso il Watergate, quanto il processo.
Il film ha reso popolare la frase "segui il denaro",
e sebbene sia una grande battuta, nella pratica seguire il denaro è tutto fuorché eccitante.
Implica molte scartoffie, controlli incrociati, cercare i contatti delle persone,
problemi burocratici, bussare alle porte, verificare e riverificare:
questo è il soporifero tran-tran quotidiano di un reporter.
E se in un film sul giornalismo non mostrate tutto questo,
non state svolgendo bene il vostro compito.
Non avete davvero rappresentato il giornalismo.
Ma non potete rendere noioso un film in nome dell'autenticità.
La sfida di Pakula e, quarant'anni dopo, Tom McCarthy,
è drammatizzare la consuetudine.
Un modo per riuscirci è usare il montage.
Anche se il montage può peccare di cliché, è uno strumento utile per comunicare uno sforzo prolungato.
In Spotlight, uno sviluppo chiave nell'indagine avviene quando i reporter
scoprono che i preti pedofili vengono indicati come congedati per malattia nei registri della Chiesa.
Quindi controllano anni e anni di registri per identificare i preti con tale designazione,
annotando ciò che trovano in un foglio di calcolo.
Ora, non c'è niente di eccitante nell'inserire dei dati in Excel,
ma il montage permette a McCarthy di mostrare questa parte cruciale dell'indagine in modo vivace
comunicando allo stesso tempo la sensazione di ripetitività che richiede.
Un altro strumento, per sua definizione meno apprezzato, è l'understatement.
Spotlight lo usa ancor più che Tutti gli Uomini del Presidente.
L'intero film è destilizzato.
La fotografia è semplice, la palette di colori è tenue, la scenografia e i costumi disordinati e modesti.
La colonna sonora di Howard Shore è discreta ed usata con parsimonia.
La regia di McCarthy non richiama l'attenzione; i movimenti di camera sono funzionali e misurati.
Non è una critica alle persone che hanno lavorato a queste cose, anzi, al contrario.
Serve tanta maestria per creare un'estetica tranquilla quanta ne serve per crearne una stilizzata.
Attirerà molta meno attenzione ma è questo il punto:
il tono dimesso di Spotlight, dalla recitazione alle immagini alla musica serve la storia alla perfezione.
Ci dice qualcosa di vitale sulla natura del buon giornalismo:
ovvero che il lavoro è sobrio e i lavoratori meticolosi,
che alcune verità importanti esistono solo grazie a mesi o anni di indagini sottotraccia.
È un tono difficile da rappresentare correttamente.
Alcuni anni dopo Spotlight, Spielberg ha fatto The Post
che ha gli stessi obiettivi ma che credo sia leggermente troppo incline alla rettitudine,
al punto che l'estetica di questa redazione diventa oggetto di parodia.
"Film sul giornalismo! Con uomini con cravatte orrende e camicie a maniche corte colorate.
Bicchierini per caffè in polistirolo unti.
E puoi scommetterci il culetto che c'è una scena con una pausa lunghissima e sentita
in cui tutti attendono che l'editore dica:
Sì, facciamolo, va bene, sì, facciamolo, facciamolo, pubblichiamo il pezzo."
Come ogni altra cosa, è importante catturare onestamente il giornalismo.
Quando vediamo come appare davvero il lavoro del reporter,
è meglio far capire quali risorse sono richieste per farlo al meglio.
Spotlight ci mostra qual è il gold standard.
Per citare David Simon, creatore di The Wire:
"è un gruppo di persone che esce e acquisisce informazioni in modo sistematico
per poi riportarle ad un collettivo di persone con esperienze e memoria ad alveare reali,
che comprendono la continuità e il contesto delle questioni,
e che possono determinare il valore della notizia e come pubblicarla di conseguenza.
E trasmettere un messaggio così sfumato e complesso attraverso un film di due ore è davvero notevole."
Di nuovo: i giornalisti fanno continuamente cose del genere.
Ciao a tutti. Grazie mille per la visione.
Questo episodio vi è stato offerto da Amazon Studios e l'originale Amazon 'The Report'
con Adam Driver, Annette Benning e John Hamm.
Un ringraziamento ad Amazon Studios per aver sponsorizzato questo video e,
come tutti gli altri sponsor, per avermi concesso il totale controllo creativo su questo pezzo.
Amazon mi ha inviato The Report un paio di mesi fa e mi è piaciuto davvero molto.
È un lavoro potente del regista e sceneggiatore Scott Z. Burns e di tutte le altre persone coinvolte,
e sebbene non sia un film sul giornalismo ha molti degli elementi thriller e investigativi
come Tutti Gli Uomini del Presidente e Il Caso Spotlight
La critica ha definito il film "avvincente", "un ritratto rivelatore dell'eroismo americano"
e sembra essere piaciuto molto anche nei festival dov'è stato proiettato.
The Report è al cinema in questi giorni e su Amazon Prime Video in tutto il mondo dal 29 novembre.
Per i biglietti e altre informazioni su questo film dallo sceneggiatore e regista Scott Z. Burns
andate su amazon.com/thereportmovie
Grazie ragazzi, alla prossima.